Collaborare col nemico

Gerry McGovern

Collaborating with the enemy

12 agosto 2018

“L’istinto della cooperazione è il segno distintivo dell’umanità ed è ciò che ci distingue dagli altri animali”, scrisse Matt Ridley in The Origins of Virtue. Tuttavia, ha anche affermato che “è una legge dell’evoluzione, a cui siamo ben lontani dall’essere immuni, quella secondo cui più cooperanti sono le società al loro interno, più violente sono le battaglie fra di loro”.

Le comunità con un tessuto sociale molto coeso sono una cosa meravigliosa, a meno che non siate un estraneo. Alcune delle forze più distruttive della storia sono state i gruppi di grandi dimensioni con un elevato livello di cooperazione interna. La sfida di oggi è come collaborare con quelli che non riconosciamo facilmente come parte del nostro gruppo.

Il mondo non è mai stato più interconnesso; è impossibile per un paese raggiungere uno standard di vita dignitoso se non importa ed esporta; e non solo beni e servizi, ma anche le idee e la cultura.

Il progresso è uno sport collaborativo multiculturale e multidisciplinare. Nel 1900 il numero medio di autori di un articolo scientifico era intorno a uno; non più tardi del 2010, era più di 5. “Negli ultimi cinque anni, il numero di articoli dell’indice di Nature, con più di mille autori, è passato da zero a cento”, ha scritto Nature nel 2018.

Ma non si tratta semplicemente di quantità. Uno studio della Royal Society del Regno Unito ha rilevato che la collaborazione internazionale ha portato a una scienza migliore, che ha avuto un impatto positivo sulle società e le economie. Numerosi studi dimostrano che gli articoli scientifici basati sulla collaborazione internazionale sono probabilmente citati fino a due volte più spesso di quelli di un singolo paese. Un rapporto dell’UNESCO ha dichiarato che “nel 2014, uno su quattro articoli scientifici prodotti nel mondo, sono stati firmati da un collaboratore straniero, rispetto a uno su cinque di un decennio prima”.

Non si tratta semplicemente di collaborazione multinazionale; la scoperta scientifica “richiede sempre di più l’esperienza di individui con prospettive diverse (provenienti da differenti discipline e spesso da nazioni diverse), che lavorano insieme per adattarsi alla straordinaria complessità delle sfide scientifiche e ingegneristiche attuali”, ha dichiarato la US National Science Foundation nel 2006.

Maggiore è il tasso di cambiamento e l’aumento della complessità, maggiore è la necessità di una collaborazione multidisciplinare e multiculturale. Individui e gruppi monodisciplinari o monoculturali tendono a pensare in modi convenzionali e affini fra loro. La novità e l’innovazione hanno maggiori probabilità di essere generate dalla combinazione di idee e culture diverse.

Le nostre più grandi sfide oggi sono il creare sistemi e strutture, che coltivino e premino questi tentativi di collaborazione basati sulla varietà. Le vecchie menti vogliono costruire muri, le nuove menti vogliono costruire ponti. L’obiettivo non è distruggere i silos (comunità monoculturali, o monodisciplinari – n.d.t.) ma piuttosto collegarli, e collegarli in modo che possano interagire attivamente e germinare nuove idee.

Gli scienziati, per loro natura, non sono i più socievoli, ma hanno scoperto che se vogliono effettivamente risolvere problemi complessi, devono collaborare senza restrizioni. Non sorprende che l’aumento delle mappe di collaborazione scientifica corrisponda quasi esattamente all’ascesa del Web.

Mai nella storia umana è esistito uno strumento multidisciplinare e multiculturale come il web. Usiamo il Web per connetterci al di fuori dei nostri gruppi di appartenenza e dalla nostra comfort zone, perché è là fuori, sui confini incerti, che si trova la più grande fonte di innovazione e creatività.

Trend and impact of international collaboration in clinical medicine papers published in Malaysia

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