Il computer, la rete e l’economia

Seth Godin

articolo orginale:

The computer, the network and the economy

7 Luglio 2016

Dove sono andati a finire tutti quei buoni posti di lavoro?

Non sono migrati verso altri paesi o magari in fondo alla strada.

I buoni posti di lavoro di cui sto parlando sono quelli a cui erano abituati i nostri genitori. Lavoro in fabbrica stabile, costante. Quel tipo di lavoro da ceto medio, su cui potresti costruirci una vita. Lavori dove fai quello che ti dicono: un’onesta giornata lavorativa e vieni ricompensato.

Posti di lavoro come quelli.

Dove sono finiti?

Se li è mangiati il computer.

Per un centinaio d’anni gli industriali hanno avuto un obiettivo dichiarato: lavoratori standardizzati che producessero parti standardizzate.

La catena di montaggio regnava e la logica crudele dell’economia basata sull’assemblaggio di parti intercambiabili, spingeva gli industriali a migliorare la produttività. Lo hanno fatto ottimizzando la catena di montaggio e, quando potevano, pagando di meno i lavoratori.

Abbiamo inventato la scuola pubblica per dare agli industriali, dei lavoratori sufficientemente conformi a questo obiettivo. Una maggiore fornitura di lavoratori conformi significava che potevano pagare di meno le persone. Una maggiore fornitura faceva sì che gli industriali avessero il coltello dalla parte del manco nel trattare i termini dell’accordo.

Ma mentre cresceva l’economia, cresceva anche la domanda di lavoratori di questo genere, alimentando un boom immobiliare, un boom della vendita al dettaglio, un boom del marketing di massa.

Il computer (e la rete a cui esso ha dato accesso) ha accelerato questa corsa al bene più economico e più rapido.

Il computer pazientemente misura e riporta.

La rete crea valore mediante la connessione.

L’economia della connessione valorizza i collegamenti fra i nodi quanto i nodi stessi: Uber vale di più delle auto indipendenti che mette in connessione.

L’impatto del computer

  • In primo luogo, se tu (proprietario dei mezzi di produzione, boss, industriale) puoi trovare un fornitore in grado di produrre una parte a minor prezzo, la vorrai, e lo farai.
  • In secondo luogo, una volta che puoi distribuire indifferentemente il lavoro tra i tuoi dipendenti, puoi misurarli sempre più da vicino e capire come ricavare il massimo (e pagare il minimo).
  • In terzo luogo, i computer sono lavoratori pazienti, costanti, economici. Quando puoi istruire una macchina a controllo numerico, o un foglio di calcolo, per fare un lavoro migliore di una persona, probabilmente lo farai.

E’ difficile sopravvalutare la portata di questo cambiamento in tre fasi.

125 anni fa, la macchina da cucire Singer era uno dei prodotti di consumo più complessi mai costruiti. Ogni parte di ogni macchina, per funzionare, doveva essere montata a mano. Per funzionare, le parti di ricambio dovevano essere adattate manualmente. Senza gli artigiani, una macchina del genere non sarebbe potuta esistere.

Oggi si può costruire praticamente qualsiasi cosa, semplicemente specificando delle parti esistenti sul mercato, inviandole a un’officina di montaggio e ricevendo la consegna. Se qualsiasi fornitore della catena di approvvigionamento volesse farsi pagare un extra per il suo contributo intercambiabile, il produttore può cambiare fornitore.

Oggi, il tipico lavoratore serve il computer. Solo pochi hanno dei computer che lavorano per loro.

Certo, ci sono ancora sacche di lavoro essenzialmente non soggetto a misurazione, o sufficientemente unico da essere difficile da sostituire. Qui è dove resistono i ‘buoni posti di lavoro’.

Per il resto, però, è chiaro qual è la prima pietra su cui è fondato tutto il castello: o servi il computer, o è lui che ti serve. O lavori su delle specifiche per realizzare un prodotto intercambiabile, o utilizzi strumenti nuovi per scombinare le carte e dimostrare di essere il cardine, quello di cui è difficile fare a meno.

E’ successo ai tornitori e anche ai radiologi. E’ successo agli agenti di viaggio, agli avvocati, al negoziante locale.

E la rete? Che si può dire dell’economia della connessione?

Alcuni hanno votato per tagliarsi fuori dalla rete. In un certo senso l’isolazionismo è comprensibile. Nella corsa verso il basso, un compito fondamentale del nostro governo è quello di costruire dei binari, impostare dei limiti, al fine di garantire che vengano rispettati gli standard. Oltre a questo, dobbiamo lavorare per garantire che i cittadini siano preparati per quello che potranno fare dopo. Quando ciò non accade, è facile dare la colpa alla rete, perché agisce come un tubo che perde, non dando risposte alle persone che si sono impegnate a usarla.

Ma l’economia della connessione crea valore. Non per tutti, non tutte le volte, ma viene adottata perché funziona. La legge dell’ottimo paretiano non si può abrogare: le persone e le organizzazioni che lavorano insieme sono più produttive di quelle che lavorano da sole.

La nostra sfida a breve termine non è quella di riavere indietro i buoni posti di lavoro di una volta; questo è altamente improbabile. No, la sfida è quella di abbracciare una diversa forma di istruzione e di formazione per un mondo diverso. Inoltre dobbiamo costruire e mantenere efficiente una rete di sicurezza mentre attraversiamo questa transizione. Non l’ha chiesto la gente che avvenisse questa rivoluzione.

(Ecco un libro sorprendente su questo argomento, che vale la pena di leggere).

Non è una questione di dover pagare per avere questa istruzione. Nel mondo dell’economia della connessione in cui il vincitore prende la fetta più grossa, viene accumulata ricchezza in abbondanza e non c’è ragione di credere che la società tragga dei benefici da un’eccessiva disparità. Creare dei percorsi per uscire da questa disuguaglianza è ciò che fanno i governi quando fanno il loro lavoro.

Nel corso degli ultimi quarant’anni, mentre il computer e la rete distruggevano il sistema per cui le nostre scuole erano state costruite, noi (dall’alto, e anche, sicuramente, dal basso) non abbiamo fatto praticamente niente per cambiare le scuole che abbiamo costruito.

I genitori e le istituzioni che hanno finanziato, hanno chiuso gli occhi e prestato attenzione solo ai punteggi SAT (esami di ammissione universitari – n.d.t.) e ai college famosi.

Quando una persona in cerca del primo impiego dice: “non so programmare i computer e non sono interessato alla vendita”, dobbiamo fermarci un momento a pensare per quale obiettivo abbiamo costruito le scuole. Quando lui aggiunge: “in realtà non ho nulla di interessante da dire, e non sono impegnato a fare un particolare cambiamento nel mondo, però sono piuttosto bravo a seguire le istruzioni”, siamo sulla soglia di uno scossone sismico alla nostra cultura. E non in senso positivo.

No, i buoni posti di lavoro di una volta non torneranno, ma sì: c’è una quantità di nuovi tipi di buoni lavori, che sembrano fondamentalmente diversi dai com’erano ai vecchi tempi. E’ un lavoro che non ha l’aspetto a cui eravamo abituati, ma se siamo in grado di cambiare marcia abbastanza velocemente, è l’opportunità di una vita.

Questo cambiamento non deve piacervi per forza, ma ignorarlo, scagliarcisi contro, tagliarsene fuori, è un atteggiamento che porta verso una spirale discendente. E’ un’opportunità, se lasciamo che lo sia.

Seth GodinSeth Godin

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