Smart Watch, dispositivi indossabili e quella orrenda eruzione di dati

Josh Clark

User Interface Engineering

articolo orginale:

Smart Watches, Wearables, and That Nasty Data Rash

29 Ottobre 2014

Smart Watches, Wearables, and That Nasty Data Rash – Part 2

5 novembre 2014

“data rash”, sostantivo. Una fastidiosa o antiestetica eruzione di informazioni sul polso, o in altri posti della tecnologia indossabile.

Ogni tecnologia ha i suoi sottoprodotti tossici e malattie associate. Le sostanze inquinanti dell’era industriale ci hanno maledetto con i polmoni neri, l’avvelenamento da piombo, le radiazioni e altro ancora. Oggi l’era dell’informazione minaccia di colpirci con i dannosi, anche se meno letali, disturbi dell’inquinamento da troppi dati.

Viste tutte le notevoli opportunità che la tecnologia dell’informazione ha dischiuso, è difficile contestargli l’aspetto negativo della nostra ridotta capacità di focalizzarci su qualcosa, di trovare la calma, di metterci in contatto con le persone che ci stanno a cuore. I social network vomitano incessantemente una tormenta abbacinante di testi, immagini e annunci e noi ne rimaniamo sopraffatti, nell’impossibilità di consumare i messaggi più rapidamente di quanto vengano generati. On-line, ci godiamo l’illusione della compagnia senza le esigenze, o i benefici dell’amicizia. Offline, mettiamo alla prova le nostre amicizie autentiche, fissando delle lastre di vetro invece di goderci la reciproca compagnia.

Ed ora ecco che arrivano gli wearable (indossabili). Sono un tecnologo, un entusiasta, un ottimista. Stravedo per le possibilità della connessione onnipresente (ubiquitous computing), ma sono anche preoccupato dal fatto che la prima generazione di gadget indossabili aggredisce il corpo in modi imprevisti, come prima hanno fatto tante altre tecnologie. La nostra pelle brucerà per il ribollire dei dati? Le nostre orecchie ronzeranno per le notifiche senza sosta? I nostri occhi tremoleranno per il flusso di segnalazioni provenienti dall’abbigliamento e dagli accessori degli altri?

Ci sono così tante opportunità insite nel fatto che ora siamo in grado di indossare i dati. Ma il rischio è che siano loro ad indossare noi.

Non deve andare così, ovviamente. Un design attento e umano, può darci i vantaggi di indossare dati senza che l’intossicazione da informazioni penetri fuori dallo schermo, fino nel nostro essere fisico.

Alcuni suggerimenti:

  • progettare per la pre-attenzione;
  • progettare per la moda;
  • progettare per l’identità;
  • progettare per l’individuo;
  • progettare per amplificare la nostra umanità.

Progettare per la pre-attenzione

I progettisti delle interfacce degli smartphone hanno fatto il loro lavoro un po’ troppo bene. Hanno creato esperienze così coinvolgenti, che assorbono tutta la nostra attenzione. Lo hanno fatto combinando dati molto personali, interazione sociale e una buona dose di “FOMO” (Fear Of Missing Out – paura di essere tagliati fuori – n.d.t.), in un’interfaccia visiva che richiede attenzione e concentrazione, affinché abbia un senso. I nostri schermi diventano il primo piano rispetto a tutto il resto e nei momenti in cui permettiamo agli avvisi di sfumare sullo sfondo, riappaiono subito, spingendoci a prenderli di nuovo in considerazione.

Questo modello non è un futuro promettente per i dispositivi indossabili. I designer degli smart-watch, tuttavia, sembrano essersi innamorati dell’idea di allacciare l’equivalente di uno smartphone al nostro polso. Questi orologi si sforzano di sostituire o integrare gli smartphone, con schermi che si aggiornano costantemente con le ultime informazioni. Questa “comodità” impone più informazioni sul vostro corpo, di quello che può, o dovrebbe, sopportare.

Se l’Internet delle cose continua a trasformare tutto (ogni oggetto, ogni luogo, ogni persona), in una potenziale di interfaccia, quelle interfacce devono essere più selettive. Dovrebbero esigere la nostra attenzione solo nei momenti veramente difficili, non alla ricezione di ogni nuova email. Il vero lusso di indossare informazioni non è esporci ad ogni dato che passa, ma nel filtrare i dati in modo che ci avvisino dolcemente, anche inconsciamente, dei cambiamenti nel nostro ambiente.

Le scienze cognitive hanno un nome per questo. I processi preattentivi sono il modo in cui il nostro cervello raccoglie informazioni dall’ambiente, senza che neppure ce ne accorgiamo. In un batter d’occhio e senza nemmeno un attimo di concentrazione, rileviamo variazioni di temperatura, di colore, di movimento, di espressione facciale. Trattiamo questi stimoli ambientali inconsciamente, senza sforzo, in modo che non competano, né si intromettano nell’oggetto della nostra attenzione cosciente. Confrontate questo con l’attenzione necessaria per leggere anche un breve messaggio di testo, compito che richiede di lasciare qualsiasi altra attività per alcuni secondi.

Progettare per la pre-attenzione rende la visualizzazione delle informazioni così sottile, da diventare praticamente istintiva: una specie di sesto senso per i vostri dati personali. La tecnologia wearable originale, l’orologio classico, è un modello di questo tipo di display a basso impatto, dei dati ambientali. A differenza dei telefoni, gli orologi non chiedono attenzione, né interrompono, ma visualizzano tranquillamente le loro informazioni, rendendole disponibili ogni volta che si sceglie di cercarle. Tale informazione oltretutto è leggibile a colpo d’occhio, formattata con coerenza e richiede un sovraccarico cognitivo praticamente pari a zero. Guardiamo distrattamente orologi da parete o da polso, senza perdere l’attenzione che abbiamo investito altrove. Come interfaccia informativa, l’orologio non è né avido, né vanitoso.

Trasformare un orologio in uno smartphone demolisce tutta questa eleganza. Idealmente, le cose intelligenti che indossiamo sul nostro corpo non dovrebbero mai ronzare, fare bip, o fare le bizze. Dovrebbero tranquillamente rispettare la nostra attenzione, pronte a fornire informazioni con la minore distrazione possibile.

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Withings ActiVita © smart watch

Il Withings Activité è uno dei pochi smartwatch che abbracci l’originale inspirazione di quell’interfaccia, che ha servito così bene gli orologi analogici. Si tratta di un contapassi che fa le solite cose dei fitness-tracker, ha la sincronizzazione via bluetooth con i dispositivi per monitorare i vostri passi ed il vostro sonno. Ma il suo display è decisamente a bassa risoluzione; un semplice quadrante mostra i progressi verso il vostro obiettivo quotidiano, da zero al 100 per cento. E’ elegante, non intrusivo e tra l’altro, la batteria dura un anno intero, non solo un paio d’ore.

Tutte le interfacce pre-attentive sono altrettanto semplici, anche se non necessariamente analogiche. Se ad esempio, si deve progettare un orologio che segnali lo stato della vostra casella di posta, esistono avvisi migliori e meno invasivi dei numeri, segnali acustici, o ronzii. Basta chiedere a Bilbo Baggins. Nel film Lo Hobbit, la spada Sting di Bilbo si illumina quando gli orchi si trovano nelle vicinanze, il suo bagliore diventa sempre più forte col crescere del pericolo.

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La spadaSting di Bilbo Baggins

Sting è un approccio pre-attentivo alla sicurezza personale. Un approccio pre-attentivo agli smartwatch potrebbe funzionare nello stesso modo, cambiando il colore o l’intensità del bagliore, all’accumularsi dei messaggi provenienti da determinate persone (in questo caso, famiglia o colleghi, non orchi). Questo cambiamento di colore o di intensità è, a tutti gli effetti, un display a pixel singolo. Si tratta di un segnale a bassa risoluzione che taglia fuori i dettagli non necessari per dare quel tanto di informazione che basta, a prendere una decisione, o per decidere di dedicargli attenzione. Quando questa luce raggiunge una determinata soglia di rilevanza, potete spostare la vostra attenzione su un altro, display più “attentivo”, come quello del vostro computer o del telefono.

Un display a pixel singolo non deve necessariamente essere a funzione singola. Questo approccio del livello di luminosità potrebbe mostrare più colori per monitorare diversi tipi di dati. Se l’orologio si illumina di rosso quando la vostra casella di posta richiede attenzione, potrebbe emettere un segnale blu quando c’è pioggia lungo la strada, o verde, quando si avvicina una scadenza. Il risultato sarebbe una sorta di “anello dell’umore” per mostrare lo stato del cloud dei dati personali (in effetti, perché non aggiungere anche l’umore come ulteriore dimensione dei dati? L’orologio da polso potrebbe illuminarsi quando il vostro partner è in difficoltà o quando semplicemente sta pensando a voi).

Progettare per la moda

Gli oggetti progettati in modo goffo si prestano a fastidiose eruzioni di dati. (in senso letterale: il braccialetto di plastica Fitbit Force fu ritirato da Fitbit, dopo aver causato eruzioni cutanee allergiche e vesciche sulla pelle del polso). Dal momento in cui abbiamo iniziato a vestire nostri corpi con la tecnologia indossabile, l’attenzione si è concentrata più sulla “tecnologia” che su “indossabile”. Il trend dell’industria è stato quello di concentrarsi sulla domanda ingegneristica (come si fa a imbullonare questa tecnologia su un corpo?), invece che sulla domanda più impegnativa e sottile, che riguarda il fenomeno della moda (cosa succederebbe se questo splendido oggetto da indossare fosse anche magico?).

Dovremmo sforzarci di creare oggetti che la gente vuole indossare anche se non avessero la loro tecnologia integrata. Possiamo amare i nostri gadget per i loro poteri speciali, ma dobbiamo amarli altrettanto per la loro fondamentale vestibilità, come oggetti estetici e come espressioni personali della moda.

Basta guardare le nostre prime tecnologie indossabili, occhiali e orologi da polso, per trovare un’istruttiva ispirazione. Entrambi hanno acquisito capacità di dare un vero contributo commerciale, solo quando sono diventati anche un’espressione della moda; ornamentali oltre che funzionali. Moda per il fitness (braccialetti di gomma) e moda tecnologica (schermi e titanio lucidato), vanno bene finché vanno, ma è il momento di esplorare uno spettro più completo di moda e personalità, negli oggetti intelligenti che intendiamo portare. E’ tempo di “apparire” smart, non solo di agire in modo “smart”.

Il nostro abbigliamento ed i nostri accessori sono una dichiarazione personale al mondo. Troppi, di questa prima generazione di oggetti intelligenti, ignorano questo ruolo fondamentale nel mondo esterno. Essi sono invece progettati con una attenzione incessante verso l’interno: i dati del tracciamento per il consumo privato, o la visualizzazione di informazioni destinate esclusivamente a chi lo indossa. Questi gadget ci permettono di indossare i dati, ma raramente condividono i dati con il mondo esterno, nel modo in cui tradizionalmente condividiamo ciò che indossiamo. Nel frattempo, il “Selfie” rappresenta il nostro stato attuale del vestirsi alla moda, del mondo digitale.

E’ un’osservazione che solleva più domande che risposte, ma queste domande, presentano tutte affascinanti e utili punti di partenza per i designer. Che cosa significa indossare i dati? Come è possibile proiettare i dati in un modo che esprimano le mie passioni, il mio senso dell’umorismo, il mio benessere, il mio stato d’animo, se sono a disposizione per aprirmi all’interazione o se mi sento introverso?

In altre parole, come possiamo trasformare i dati, da una aggressione che genera un’eruzione di informazioni, in una espressione personale di noi stessi?

Progettare per l’identità

L’abbigliamento e gli accessori sono essenziali per la nostra identità pubblica, così le loro versioni potenziate dovrebbero altresì aumentare e prolungare la trasmissione di tale identità. Questa condivisione non sarà sempre visibile e l’obiettivo della condivisione non sarà sempre la gente. Indossare i dati significa che espandiamo la nostra cerchia sociale oltre le persone, verso le cose e i luoghi intelligenti che ci circondano.

I dati relativi all’ubicazione sono stati ciò ha fornito agli smartphone, la magia necessaria per creare il successo del mobile computing. Per i computer indossabili, i dati di identità sembrano essere con molta probabilità, un ingrediente, altrettanto cruciale. I gadget come il braccialetto Nymi o il MagicBand della Disney trasformano i nostri corpi in emittenti sicure, di identità certificata. Entrambi utilizzano la biometria per assicurarsi che siate quelli che li stanno effettivamente indossando; Nymi utilizza la firma cardiaca e MagicBand, la scansione della densità ossea. Trasmettendo l’identità, si schiude la possibilità di autenticarci in modo invisibile con soggetti di fiducia, per gestire qualsiasi cosa, dai servizi pubblici, alle serrature, ai pagamenti, alla prenotazione dei ristoranti.

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Walt Disney World MagicBands

Ma questo approccio ha anche un importante effetto secondario. Una volta che i dispositivi indossabili si focalizzano per prima cosa sull’identità, possono delegare tutta una serie di funzioni, sensori e raccolta dati, ad altri dispositivi che stanno nelle vicinanze. Per esempio, il letto è forse più adatto di un braccialetto, a monitorare i vostri cicli del sonno; il letto ha solo bisogno di sapere che siete voi che ci state dormendo. Il co-fondatore di Foursquare, Naveen Selvadurai chiama queste tecnologie integrate “there-ables” (in assonanza con wear-ables, soggetti esterni in comunicazione con noi – n.d.t.); sono dispositivi e sensori che già presenti nella camera, dovete solo presentarvi.

Un modo ragionevole per evitare una eruzione dei dati è semplicemente quella di limitare l’esposizione agli allergeni dell’informazione. Troviamo il modo di ridurre il numero di sensori che dobbiamo indossare e spostiamoli invece nell’ambiente intelligente che ci circonda. Alcune attività avranno sempre bisogno di sensori indossabili per lavorare; i pedometri o i cardiofrequenzimetri dobbiamo indossarli per farli funzionare. Ma in tutta una serie di posti della casa, sicurezze e funzioni di automazione, possono essere tolte dal nostro corpo e trasferite negli ambienti semi-intelligenti che ci circondano.

Prima di tutto, quando i sensori possono vivere vicino a noi invece che in letteralmente attaccati a noi, non dobbiamo indossare tante cose. Alla fine, quanti braccialetti pensiamo di poter indossare? La mia amica Rachel Kalmar, una analista di dati, spesso indossa più di 20 braccialetti intelligenti alla volta per dimostrare che la maggior parte di loro sono allo stesso tempo ridondanti e incompatibili. L’industria emergente dei dispositivi indossabili può sicuramente fare di meglio.

Purtroppo, c’è un effetto potenzialmente fastidioso se facciamo indossabili che si concentrano sull’identità, al fine di esternalizzare la raccolta dei dati: potremmo finire per rendere le nostre identità molto più pubbliche di quanto la maggior parte di noi si sentirebbe a proprio agio, se dovesse farlo di spontanea volontà. Quando i nostri gadget iniziano annunciare la nostra presenza a qualsiasi dispositivo nello spettro di trasmissione, è facile immaginare che quei dispositivi diventino un po’ invadenti. Esiste un sottoinsieme di specialisti del marketing, che promettono costantemente e in modo entusiastico, un futuro di pubblicità basata sulla localizzazione, dove veniamo rimbombati da una gragnola di messaggi pubblicitari e offerte di sconto, mentre passiamo accanto alle vetrine, o camminiamo nelle corsie di un negozio. Cosa c’è di più terribile di un “servizio” che ci bombarda con annunci pubblicitari a cui non si può mai sfuggire? Questo è forse il peggior tipo di avvelenamento da informazioni: vagare all’infinito dentro una nuvola densa e tossica di pubblicità mirata.

E quindi dobbiamo fare attenzione. Gestire l’identità, quei dei dati personali, richiede il rispetto, la trasparenza e la fiducia necessaria, per cedere il controllo a singoli individui.

Progettare per l’individuo

Quando parlo con le persone di un futuro carico di sensori e pieno di oggetti intelligenti, l’argomento viene accolto con un misto di eccitazione e di terrore. Il terrore viene da diverse prospettive terrificanti: sensori ovunque (compreso il nostro corpo) potrebbero creare una cultura di sorveglianza continua; i nostri dati potrebbero essere utilizzati e osservati in modi che non riusciremmo a capire o controllare. Potremmo perdere il potere di azione sui nostri ambienti con dispositivi “intelligenti”, che non essendo abbastanza intelligenti, ci maltratterebbero come risultato di decisioni sbagliate.

Queste paure (la base di ogni film di fantascienza ambientato in una società oppressiva) riguardano la perdita del controllo. Inveiscono contro un ambiente di dati talmente inquinato, da non sapere più come le nostre informazioni personali verrebbero utilizzate, o cosa le macchine potrebbero imporci.

Nel progettare i servizi personali ed i dispositivi che rispondono al singolo individuo, è importante che progettiamo in primo luogo per l’individuo. I nostri dati (e soprattutto la nostra identità), devono essere prima di tutto e soprattutto, nostri. Dovremmo poter avere fiducia nel fatto che i nostri gadget e servizi personali, operino nel nostro interesse e non nel solo interesse ambiguo delle mega-corporation che li ha creati.

I servizi dovrebbero essere progettati per essere attivati con un consenso esplicito, non implicito. Siete voi a decidere quale servizio ottiene l’accesso alla vostra identità e la disattivazione dovrebbe essere facilissima e disponibile. L’esperta di dispositivi indossabili, Liza Kindred, suggerisce che i servizi debbano avere delle “etichette nutrizionali”, che identifichino chiaramente le informazioni che useranno e il modo in cui verranno utilizzate. Chi acquisisce i vostri dati? Quanti e per quanto tempo? Sono autorizzati a confrontarli con le informazioni di altre persone? Si può impostare l’auto-distruzione dei dati? Tutte queste decisioni, dovrebbero essere facili da comprendere facilmente e da controllare quando la persona rende disponibili dati o identità.

Progettare per amplificare la nostra umanità

Il mondo degli indossabili usa spesso il linguaggio familiare, ma infelice, della fantascienza, per descrivere i suoi dispositivi intelligenti: “potenziano” o “migliorano”, sono protesi, estensioni bioniche, o perfino cyborg. Questo linguaggio enfatizza la tecnologia, non l’essere umano che lo indossa.

La tecnologia si dovrebbe piegare alla nostra vita e non il viceversa. Invece di usare i termini freddi e inquietanti come “potenziato” o “aumentato”, suggerisco che gli indossabili dovrebbero puntare ad amplificare la nostra umanità. Dovrebbero farci essere quello che già siamo, soltanto un po’ di più. Ci dovrebbero dare un maggiore controllo, padronanza e comprensione, sul nostro ambiente e su noi stessi. Dovrebbero rafforzare i collegamenti con le persone che amiamo ed i luoghi che visitiamo, invece di isolarci in un torrente di dati. Dovrebbero guidarci nel mondo invece di guidare i nostri occhi verso uno schermo.

Improvvisamente ci troviamo inondati dai dati, con la nuova possibilità di indossare dispositivi in grado di catturare, elaborare e comunicare i dati. Come nelle ere precedenti della tecnologia, faremo passi falsi mentre impariamo a usare questa nuova copiosa risorsa. A volte Creeremo interfacce che sopraffanno o irritano, con gli effetti dell’inquinamento da troppi dati avvelenamento da troppe informazioni, ma se saremo in grado di concentrarci in primo luogo sui bisogni umani e l’interazione naturale, potremo curare l’eruzione di dati occasionale e promuovere invece la sana comprensione.

Approfondite l’argomento con Josh Clark

Se state pensando a una esperienza di progettazione che coinvolga più dispositivi, vi consigliamo di prestare attenzione a Josh Clark. Il 6 novembre si presenta al nostro prossimo seminario virtuale, Designing Interactions Between Devices.

Josh ClarkJosh Clark

Questo articolo è stato ripubblicato con l’autorizzazione di User Interface Engineering. Per altri articoli e informazioni, visitate il sito www.uie.com/

Traduzione di

L’autore Josh Clark
Josh Clark non è il tipico designer. A meno che non si pensi che un tipico designer sia uno dei migliori consulenti per usabilità delle app per iPhone e iPad, che ha creato un content management system specifico per i designer, che ha scritto un celebre libro per O’Reilly Media e che viaggia in tutto il mondo per condurre workshop che registrano il tutto esaurito.

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